Parrocchia Camigliatello Silano


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8 giugno X domenica del tempo ordinario

Vangelo della Domenica > Anno A 2007/2008 > Giugno

8 giugno - X domenica del Tempo Ordinario (Anno A)


I Lettura
Os 6, 3-6
“ Affrettiamoci a conoscere il Signore, la sua venuta è sicura come l'aurora. Verrà a noi come la pioggia di autunno, come la pioggia di primavera, che feconda la terra”.
Che dovrò fare per te, Efraim, che dovrò fare per te, Giuda? Il vostro amore è come una nube del mattino, come la rugiada che all'alba svanisce.
Per questo li ho colpiti per mezzo dei profeti, li ho uccisi con le parole della mia bocca e il mio giudizio sorge come la luce: poiché voglio l'amore e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti.

II Lettura
Rm 4, 18-25
Fratelli, Abramo ebbe fede sperando contro ogni speranza e così divenne padre di molti popoli, come gli era stato detto: Così sarà la tua discendenza.
Egli non vacillò nella fede, pur vedendo già come morto il proprio corpo aveva circa cento anni e morto il seno di Sara. Per la promessa di Dio non esitò con incredulità, ma si rafforzò nella fede e diede gloria a Dio, pienamente convinto che quanto egli aveva promesso era anche capace di portarlo a compimento.
Ecco perché gli fu accreditato come giustizia.
E non soltanto per lui è stato scritto che gli fu accreditato come giustizia, ma anche per noi, ai quali sarà egualmente accreditato: a noi che crediamo in colui che ha risuscitato dai morti Gesù nostro Signore, il quale è stato messo a morte per i nostri peccati ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione.
Vangelo
Mt 9, 9-13
chiamato Matteo, e gli disse: “Seguimi”. Ed egli si alzò e lo seguì.
Mentre Gesù sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli.
Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: “Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?”.
Gesù li udì e disse: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati.
Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori”.

Commento di P. Vittorino Vivacqua

Caratteristica di Matteo, che scrive per ebrei convertiti, è l’ abbondanza di citazioni del Vecchio Testamento, al fine di dimostrare che esso non è altro che un cammino che trova il suo compimento in Gesù di Nazareth. Nel vangelo di questa domenica, viene ricordata una frase del profeta Osea, che fa parte della prima lettura: “Misericordia io voglio e non sacrifici”. Questa affermazione, contrapposta al culto legalistico dei contemporanei del profeta, verrà sviluppata e resa più chiara da Cristo in un contesto di contestazione nei suoi confronti da parte dei farisei.




Il brano di Osea proclamato nella prima lettura, richiama un tema ricorrente nel profetismo: quello del vero culto che piace a Dio. Nel versetto 3 il popolo manifesta l’ intenzione di voler “conoscere il Signore”, facendo propositi di conversione e sperando che ancora una volta Dio sarà propizio verso il suo popolo. Ma il profeta smaschera questo atteggiamento utilitaristico e superficiale. In realtà il popolo è incapace di rispondere al grande amore di Dio con la fedeltà all’ alleanza. Il loro amore è “come una nube del mattino, come la rugiada che all'alba svanisce”. Il Signore invece “vuole l’ amore e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più che l’ olocausto”.

Gesù accentua la necessità di sfoltire il culto dall’ ipocrisia e dallo sterile ritualismo. Nel brano del vangelo di oggi, egli si manifesta ancora una volta come colui che scompiglia il perbenismo arrogante di coloro che formavano la classe dirigente ebraica: farisei, scribi, sacerdoti, anziani. Egli cerca coloro che erano emarginati, osteggiati e disprezzati dalla morale corrente: prostitute, malati, peccatori.
Mentre i farisei, parola che significa “separati”, si sforzavano di cercare la santità distanziandosi da peccatori ed impuri, l’ atteggiamento di Gesù è l’ esatto contrario. Egli li cerca, li chiama e proprio a loro rivolge il suo messaggio privilegiato di salvezza.
Come avviene nei confronti di Levi, che alcuni identificano con l’ evangelista Matteo. Questi faceva la professione più immorale e detestata ai tempi di Gesù: il pubblicano., cioè l’ esattore delle imposte per conto dell’ imperialismo dei romani. Il pubblicano era bollato come un peccatore, sia perché molte volte era disonesto per ottenere vantaggi personali dall’ esazione delle imposte, ma soprattutto perché collaborava col potere straniero. Secondo i rabbini questo era un mestiere che gli ebrei non dovevano svolgere. Coi pubblicani non era consentito alcun contatto, perché legalmente impuro e collaborazionista con lo straniero invasore.
Gesù sorprendentemente chiama proprio un pubblicano, Levi a seguirlo. E questi, dice il vangelo,
“si alzò e lo seguì”. Una risposta immediata in linea con la chiamata degli altri discepoli, che immediatamente rispondono positivamente, lasciando tutto.
Ma l’ episodio ha altri risvolti sconcertanti per la morale del tempo. Gesù addirittura siede a mensa con “pubblicani e peccatori”. Per comprendere questa condotta inaudita, bisogna tener presente il significato del “sedere a mensa”, specie nella cultura semitica. Mangiare insieme era segno di compartecipazione, di amicizia, di comunione. E in questo caso c’è l’ aggravante che per i farisei aver contatto con pubblicani e peccatori, contravveniva alle norme di purità legale. Ovvia allora la loro domanda che da scandalizzati rivolgono ai discepoli: “
Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?”. E Gesù uditili risponde che non è venuto a “chiamare i giusti, ma i peccatori”. Ove il verbo “chiamare” significa: chiamare alla sua sequela, così come aveva fatto con Levi. Questo tipo di chiamata naturalmente esige la conversione. Ma la comunità dei credenti non può essere una comunità di separati e anche i peccatori convertiti, possono diventare discepoli di Gesù.
L’ altra parte del brano evangelico si riferisce al culto che non può essere di facciata e ritualistico.. Esso deve esprimere l’ amore per Dio. Perché ai sacrifici di tori e di agnelli, alle cerimonie di facciata il Signore preferisce la pratica dell’ amore, esattamente come aveva detto Osea:
“voglio l'amore e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti”.
Una religiosità “separata” appare più sicura ed appagante. Ma Paolo ci mette innanzi l’ esempio di Abramo che crede incondizionatamente alla promessa di Dio e questo divenne causa di salvezza per lui e per tutti gli uomini. Per questa fede, egli diventa il padre spirituale di tutti i credenti. Dio dona gratuitamente la salvezza non solo ad Abramo, ma anche alla sua discendenza. La salvezza dunque è un dono gratuito di Dio per tutti i credenti, senza distinzione alcuna.
Così avviene anche per i cristiani che credono nel Dio di Gesù Cristo. Cristo è morto per redimerci dal peccato ed è stato risuscitato da Dio, Per la morte e resurrezione di Cristo, anche noi risorgiamo alla vita di figli di Dio. Cristo è morto ed è risuscitato per tutti. Nessuno deve sentirsi unico destinatario dell’ amore gratuito di Dio. A nessuno è consentito rifugiarsi nell’ olimpo di un devozionismo fine a se stesso. Perché non sarà questo a salvarci, ma l’ amore fedele e riconoscente verso Colui che ha dato la sua vita per noi.

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