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Vangelo della Domenica > Anno A 2007/2008 > Agosto
31 agosto - XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
I Lettura
Ger 20, 7-9
Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre; mi hai fatto forza e hai prevalso. Sono diventato oggetto di scherno ogni giorno; ognuno si fa beffe di me.
Quando parlo, devo gridare, devo proclamare: ““Violenza! Oppressione!”“. Così la parola del Signore è diventata per me motivo di obbrobrio e di scherno ogni giorno. Mi dicevo: ““Non penserò più a lui, non parlerò più in suo nome!”“. Ma nel mio cuore c'era come un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo.
II Lettura
Rm 12, 1-2
Fratelli, vi esorto, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale.
Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto.
Vangelo
Mt 16, 21-27
In quel tempo, Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno.
Ma Pietro lo trasse in disparte e cominciò a protestare dicendo: ““Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai”“. Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: ““Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!”“.
Allora Gesù disse ai suoi discepoli: ““Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua.
Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.
Qual vantaggio infatti avrà l'uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima? O che cosa l'uomo potrà dare in cambio della propria anima?
Poiché il Figlio dell'uomo verrà nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e renderà a ciascuno secondo le sue azioni “.
Commento di P. Vittorino Vivacqua
Il dolore e la morte non fanno arte del disegno amoroso del Creatore. E’ stato il cattivo uso della libertà dell’ uomo ad attirarseli, quando si è posto al di fuori di questo disegno. Qualsiasi gesto redentivo e salvifico deve passare attraverso l’ umiliazione, la sofferenza e la morte per riavere la vita. Lo sperimenta in maniera drammatica il profeta Geremia, lo sperimenterà lo stesso Messia e vi si dovrà conformare il cristiano. Questa la sintesi delle tre letture che oggi ci presenta la liturgia della parola.
Il brano del profeta Geremia inizia quella serie di brani che gli esegeti chiamano “confessioni”, nelle quali il profeta apre il suo animo a Dio e gli presenta le numerose difficoltà, che deve affrontare. Le “confessioni” si inseriscono in un contesto storico doloroso. Ormai quanto rimaneva dello splendido regno di Davide e di Salomone stava per essere distrutto per opera dei babilonesi. Ben presto esso dovrà subire due letali deportazioni che avrebbero messo fine al regno di Giuda. A Gerusalemme si pensa ad allearsi con l’ Egitto, mentre Geremia consiglia di sottomettersi a Babilonia. Per questo viene ritenuto un disfattista e fatto oggetto di persecuzioni senza scampo. A questo si aggiunge il temperamento tenero e sensibile del profeta che è costretto ad annunziare “Violenza e oppressione”, in una lotta immane contro tutti. Egli non regge agli “scherni” e alle “beffe” e viene preso dalla disperazione; questa però non lo travolge. Nonostante tutto, Geremia “confessa” la sua incrollabile fiducia in Colui che lo manda.
Il breve passo riportato, merita un’attenta seppur fugace analisi. Il profeta si rivolge direttamente a Dio e lo accusa di seduzione e di violenza. “Mi hai sedotto!” allo stesso modo come si seduce una donna o un ragazzo, cioè con un inganno. Sapeva già che il profeta deve incontrare difficoltà; ma non come le sue. Perciò è deluso ed amareggiato. Egli dovrà annunziare esclusivamente il “castigo e il popolo non sa che farsene di un profeta di sventure e perciò lo rigetta. Il profeta, arrivato al limite della sopportazione, si lascia vincere dal sentimento di rivolta e decide: “Non penserò più a lui…”. Questo però non sarà possibile, perché confessa: “nel mio cuore c’è un fuoco ardente… mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo”. Ancora una volta l’ uomo deve arrendersi di fronte alla forza della Parola di Dio che lo sospinge avanti, nonostante tutto. Questa esigenza incontenibile Geremia la percepisce come un “fuoco” che lo penetra profondamente e lo travolge. Egli non può fare a meno di essere il canale di trasmissione della Parola di Dio.
Le parole brevissime della “confessione” di Geremia mettono in evidenza una verità fondamentale: la Parola di Dio è scomoda. E’ scomoda per i destinatari quando ne denunzia le infedeltà ed il peccato, ed è scomoda per lo stesso profeta che è obbligato ad una missione impopolare. Ma essa è un “fuoco” divorante che brucia, tempra e purifica; è un bisogno incoercibile di chi possiede dentro qualcosa che viene da Dio e che deve assolutamente trasmettere agli altri.
Il brano del vangelo di oggi segue immediatamente il racconto della confessione di Pietro a Cesarea di Filippi.. Qui l’ apostolo aveva proclamato la fede nella messianicità di Gesù. Ora si trattava di approfondire il tipo di questa messianicità, che sovverte ogni aspettativa di trionfalismo. Infatti la sua peculiarità è quella di essere Messia e Servo. Infatti Gesù al compito glorioso di Messia aggiunge quello doloroso di servo sofferente.
Da questo brano inizia la serie dei tre annunzi della passione. Dopo il primo annunzio seguirà la trasfigurazione. Sono questi i momenti della nuova pedagogia riservata ai discepoli. Da questo momento essi sono introdotti alla comprensione della sua morte in croce alla quale seguirà la risurrezione.
Anche Gesù ha vissuto sulla croce la situazione di Geremia e preannunciata anche nei testi di Isaia conosciuti come “Canti del Servo sofferente del Signore” . La parola di salvezza sembrava non avere ormai alcun senso e prevaleva la derisione e lo scherno, segnando il fallimento umano di Gesù. Nei sinottici c’è un verbo molto significativo: “dovere”. “Gesù cominciò a dire apertamente che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto… e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno”. Il verbo “dovere” indica chiaramente la piena accettazione del progetto di Dio: un progetto legato alla croce e alla morte, di fronte al rifiuto degli uomini.
Pietro però rimane scandalizzato. La prospettiva indicata è veramente nuova ed imprevedibile e deludono le aspettative trionfalistiche di Pietro e dei discepoli. Gesù vede nelle parole di rifiuto di Pietro una tentazione, simile a quella che aveva subito nel deserto, quando Satana voleva spingerlo verso un messianismo trionfalistico. Per questo lo respinge.
Non solo i discepoli sono chiamati ad accettare li identità di Gesù Messia e Servo sofferente, ma dovranno essi stessi conformarsi a lui. Questa logica comporta per chi vuole seguire Gesù “rinnegare se stessi”, “perdere la propria vita”, “prendere la croce”. Chi entra nella prospettiva di Cristo, comprenderà che la vita assume un valore solo se vissuta e impegnata per Cristo. Cristo esige una sequela radicalmente orientata verso di lui. Non c’è spazio per un cristianesimo individuale ed intimistico, Non c’ è spazio – come si è espresso Benedetto XVI a Colonia – per una fede “comoda”.
La logica dell’ uomo è invece quella che mira al successo, al potere, al denaro. Ma Paolo nella lettera ai Romani esorta con forza: “Non conformatevi alla mentalità di questo secolo!”.
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