Parrocchia Camigliatello Silano


Vai ai contenuti

Menu principale:


28 settembre XXVI domenica del tempo ordinario

Vangelo della Domenica > Anno A 2007/2008 > Settembre

28 settembre - XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

I Lettura
Ez 18, 25-28
Così dice il Signore: “ Voi dite: Non è retto il modo di agire del Signore. Ascolta dunque, popolo d'Israele: Non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra?
Se il giusto si allontana dalla giustizia per commettere l'iniquità e a causa di questa muore, egli muore appunto per l'iniquità che ha commessa.
E se l'ingiusto desiste dall'ingiustizia che ha commessa e agisce con giustizia e rettitudine, egli fa vivere se stesso. Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà “.

II Lettura
Fil 2, 1-11
Fratelli, se c'è pertanto qualche consolazione in Cristo, se c'è conforto derivante dalla carità, se c'è qualche comunanza di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con l'unione dei vostri spiriti, con la stessa carità, con i medesimi sentimenti. Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso, senza cercare il proprio interesse, ma anche quello degli altri.
Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l'ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre.

Vangelo
Mt 21, 28-32
In quel tempo, disse Gesù ai principi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: “ Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli; rivoltosi al primo disse: Figlio, và oggi a lavorare nella vigna. Ed egli rispose: Sì, signore; ma non andò. Rivoltosi al secondo, gli disse lo stesso. Ed egli rispose: Non ne ho voglia; ma poi, pentitosi, ci andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?”. Dicono: “L'ultimo”. E Gesù disse loro: “In verità vi dico: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio.
E` venuto a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, pur avendo visto queste cose, non vi siete nemmeno pentiti per credergli “.

Commento di P. Vittorino Vivacqua

Se riflettiamo con sincerità sul nostro modo di vivere la nostra fede, dobbiamo ammettere che spesso c’ una discrepanza tra dire e fare. Può trattarsi di una mancanza di discernimento per cui pensiamo di non doverci rimproverare nulla, oppure di un orgoglioso accecamento che ci fa credere irreprensibili e cristiani perfetti.
La parabola evangelica di oggi evidenzia che secondo la Bibbia, la fede è anzitutto obbedienza a Dio e impostazione della propria vita in conformità di essa.
Il quadretto familiare che oggi Gesù ci presenta è semplice: esso è costruito sull’ atteggiamento diverso che assumono i due figli nei confronti del padre.
Il racconto, che fa parte del trittico di parabole dette “di rottura”, è breve ed essenziale ed è mirato ad ottenere una risposta univoca.
Il padre, proprietario di una vigna, invita i suoi due figli ad andare a lavorare nella proprietà. Il primo figlio, che dimostra grande rispetto riverenziale per il padre che chiama “signore”, manifesta deferenza e disponibilità; ma all’ atto pratico, ricusa di mantenere la promessa e non si reca nella vigna. Il secondo invece risponde seccamente in senso negativo :
“Non ne ho voglia”. Ma poi, “pentitosi, ci andò”.
La domanda che Gesù pone
:”Chi dei due ha fatto la volontà del padre?”, non può che avere un’ unica risposta: “l’ ultimo”.
E qui Gesù innesta ancora una volta la sua polemica su chi è primo e chi è ultimo, che già è stata trattata nella domenica precedente:
“In verità vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio”.
Il padre della parabola è Dio. I due figli raffigurano le due categorie di persone secondo il pensiero religioso giudaico.
Da una parte gli eletti, coloro che si sono mantenuti fedeli all’ osservanza della religione ufficiale, senza però fare alcuno sforzo per entrare nel regno del popolo di Dio. Essi vivono una religione esternamente ossequiente, che però non trova rispondenza nella pratica di vita. Costoro pensano di essere sulla giusta via e si illudono di non aver bisogno di conversione. Dall’ altra parte ci sono invece gli indifferenti, i peccatori che non osservano la legge mosaica e le prescrizioni rabbiniche. Ufficialmente sono i trasgressori della legge, ma di fatto, con la conversione, adempiono la volontà di Dio.
Con un’ affermazione paradossale, Gesù rivela che nel regno di Dio i peccatori, insieme alle prostitute entrano nel regno dei cieli, mentre coloro che si considerano giusti non ne fanno parte.
Nell’ oggi di Dio ormai non basta osservare la legge mosaica o le prescrizioni rabbiniche. Ora Dio chiede ad Israele di accogliere il Figlio che egli ha inviato. Osservare la legge di Mosè e poi non accogliere Gesù, significa non fare la volontà di Dio. Infatti tutto il Vecchio Testamento non è altro che una preparazione a questo grande evento della venuta di Cristo in mezzo a noi. Ora Che Cristo è venuto, Dio vuole che attraverso di Lui tutti siano chiamati alla conversione per entrare nel regno dei cieli. Di fronte a questo appello, i capi degli ebrei rifiutano di accoglierlo. Sicuri della giustizia procurata loro dall’ osservanza delle legge di Mosè, credono che non hanno bisogno alcuno di aderire a Cristo.
I peccatori invece, che certo non vengono giustificati da Gesù per la loro cattiva condotta, ascoltano la parola di Gesù , si convertono e compiono coi fatti la volontà di Dio. Per cui costoro sono salvati, mentre gli altri sono esclusi dalla salvezza.


La breve parabola sottolinea la distanza che passa tra il dire e il fare. Obbedire a Dio non significa dire un sì vuoto e sfuggente; non significa obbedire ad un cumulo di leggi e di prescrizioni o ad un devozionalismo inconsistente. Le pratiche religiose perdono il loro valore se procurano all’ uomo una sicurezza basata solo su questo. Obbedire a Dio significa invece impegnarsi personalmente nei confronti di Colui che spesso chiama a scelte dure ed imprevedibili.
E’ chiaro che noi dobbiamo imitare il secondo figlio nella parte che si riferisce al suo ravvedersi. Il sì a Dio deve essere la prima risposta, convinti che solo facendo la sua volontà entreremo nel regno dei cieli. Si tratta di avere una fede viva in Gesù Cristo, perchè obbedienza e fede sono strettamente congiunte.


torna su

Home Page | Notizie e avvisi | Vangelo della Domenica | Notizie storiche | Centro Sociale | Comunità Viva | Posta per te | Commenti | Altro | Mappa del sito


Torna ai contenuti | Torna al menu