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Vangelo della Domenica > Anno A 2007/2008 > Aprile
27 aprile
VI DOMENICA DI PASQUA (A)
I Lettura
At 8, 5-8. 14-17
In quei giorni, Filippo, sceso in una città della Samaria, cominciò a predicare loro il Cristo. E le folle prestavano ascolto unanimi alle parole di Filippo sentendolo parlare e vedendo i miracoli che egli compiva. Da molti indemoniati uscivano spiriti immondi, emettendo alte grida e molti paralitici e storpi furono risanati. E vi fu grande gioia in quella città.
Frattanto gli apostoli, a Gerusalemme, seppero che la Samaria aveva accolto la parola di Dio e vi inviarono Pietro e Giovanni. Essi discesero e pregarono per loro perché ricevessero lo Spirito Santo; non era infatti ancora sceso sopra nessuno di loro, ma erano stati soltanto battezzati nel nome del Signore Gesù. Allora imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo.
II Lettura
1 Pt 3, 15-18
Carissimi, adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché nel momento stesso in cui si parla male di voi rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo. E` meglio infatti, se così vuole Dio, soffrire operando il bene che facendo il male.
Anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nella carne, ma reso vivo nello spirito.
Vangelo
Gv 14, 15-21
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “ Se mi amate, osserverete i miei comandamenti. Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché egli dimora presso di voi e sarà in voi.
Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui”.
Commento di P. Vittorino Vivacqua
La liturgia di questa sesta domenica di Pasqua, è incentrata sul dono dello Spirito che Gesù promette di dare agli apostoli e che questi conferiranno attraverso l’ imposizione delle mani. Tramite loro, lo Spirito soffia prepotentemente dovunque, superando qualsiasi limite culturale o razziale.
La prima lettura si apre con un brano significativo degli Atti degli Apostoli, in cui Luca riprende il tema a lui caro della missione. La linea missionaria viene descritta come impegno primario dato da Gesù agli apostoli: “Mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria, e fino agli estremi confini della terra”.
L’accento viene posto su una località lontana dai limiti sacri dell’ ebraismo: la Samaria.. Questa regione centrale della Palestina, era considerata ai margini dell’ ebraismo e dichiarata impura a causa della commistione coi culti pagani esistenti nella regione. Tra Samaritani ed Israeliti non correva buon sangue anche per la controversia sul tempio.
Ebbene proprio gli abitanti di una città della Samaria si aprono al messaggio evangelico annunziato dal diacono Filippo il quale accompagna la predicazione coi miracoli. Molti samaritani chiedono di essere battezzati. Si frantuma così lo schema che vedeva Gerusalemme al centro della missione. Ormai il vangelo viene annunciato indistintamente a tutti, superando qualsiasi confine. Il riferimento alla Samaria non è solo geografico; è l’ emblema di un annunzio che ormai vuole raggiungere l’uomo là dove esso si trova.
Benché convertiti e battezzati dal diacono Filippo, i samaritani non avevano ricevuto lo Spirito Santo. E allora gli Apostoli Pietro e Giovanni si recano in Samaria per completare l’ azione di Filippo. La tradizione ha identificato questo atto col sacramento della Cresima. Infatti i ministri sono diversi: Filippo che è solo diacono, amministra il battesimo; gli apostoli, successori di Cristo, “… imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo”. C’ è dunque una distinzione tra battesimo e ricezione dello Spirito, così come c’ è distinzione di ruoli tra diacono ed apostolo.
Nel brano della lettera di Pietro, c’è una esortazione dell’ apostolo ai cristiani colpiti da ostilità e persecuzione perché rendano testimonianza, “pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi.”. La loro forza viene dunque dalla speranza che promana da Cristo. Il loro deve essere un atteggiamento di dolcezza e di condotta irreprensibile poiché “è meglio … soffrire operando il bene”, imitando Cristo che è morto “giusto per gli ingiusti”.
Il brano evangelico è tratto dai discorsi dell’ Ultima Cena, che gli esegeti chiamano “discorsi di addio”, dove l’ evangelista Giovanni riporta il testamento di Gesù, come avveniva nell’ antichità. Quando un personaggio importante stava per morire, radunava intorno a sé i familiari e dettava loro le sue ultime volontà. Il messaggio di Gesù come sua ultima volontà è incentrato sull’ amore. Un amore che esige di essere corrisposto e che porterà nel mondo la presenza dello Spirito Santo, denominato col nome di
“ Paraclito”. Paraclito è un nome tratto dal linguaggio giuridico e significa colui “ che sta accanto” all’ accusato; quindi “difensore” e conseguentemente “consolatore”.
Per consolare i discepoli, costernati per la sua morte ormai imminente, Gesù promette loro tre cose:
verrà lo Spirito Santo ad abitare per sempre nei discepoli;
egli ritornerà tra loro;
lui e il Padre verranno in chi ama Gesù e prenderanno dimora presso di lui.
Queste promesse si realizzeranno ad una condizione: “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti”. Quello che si chiede è la risposta all’ amore gratuito di Gesù. Un amore non sentimentale ma sostanziato nell’ osservanza della sua parola. I comandamenti non sono semplici precetti obbedienziali giuridici ed esteriori, ma corrispondenza all’ amore grande e sorprendente di Gesù per noi. La pratica dell’ amore fraterno è il segno certo che il credente ama davvero il Figlio e il Padre. E’ proprio questo amore concreto che apre all’ uomo l’immissione nella vita trinitaria. L’ amore infatti porta all’ inabi-tazione di Dio in noi. E’ una verità strabiliante. Giovanni descrive questa abitazione di Dio in noi in tre momenti distinti.
1 - Solo a chi ama, sarà dato “un altro Paraclito”. Sì, perché il primo difensore è Gesù, come dice lo stesso Giovanni nella sua prima lettera: “Abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo giusto” (1Giov,2,1). L’ altro “Paraclito” cioè lo Spirito Santo, opererà in maniera molteplice nei riguardi dei discepoli: rimarrà in loro, sarà loro maestro e guida, li illuminerà alla comprensione dell’ insegnamento di Cristo.
2 – “Ritornerò da voi”.. Il Risorto dopo la sua glorificazione non solo apparirà ai suoi, ma farà conoscere loro “che io sono nel Padre e voi in me ed io in voi”. Un’ espressione di alto significato,
che con la luce della fede, ci illumina sulle relazione profonde che intercorrono tra Gesù ed i discepoli; relazioni analoghe a quelle che intercorrono tra il Figlio e il Padre.
3 - Ma il discorso diventa sempre più affascinante: “Se uno mi ama,osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”.
Un’ affermazione sconvolgente: Spirito Santo, Figlio e Padre vengono ad abitare nei discepoli e nei cristiani di tutti i tempi che vivono nella carità fraterna. Il paradiso è già dentro di noi, come anticipazione della visione beatificante di Dio che avverrà dopo la nostra morte.
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