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Vangelo della Domenica > Anno A 2007/2008 > Luglio
13 luglio - XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (A)
I Lettura
Is 55, 10-11
Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l'ho mandata “.
II Lettura
Rm 8, 18-23
Fratelli, io ritengo che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi.
La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità non per suo volere, ma per volere di colui che l'ha sottomessa e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio.
Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l'adozione a figli, la redenzione del nostro corpo.
Vangelo
Mt 13, 1-23
Quel giorno Gesù uscì di casa e si sedette in riva al mare. Si cominciò a raccogliere attorno a lui tanta folla che dovette salire su una barca e là porsi a sedere, mentre tutta la folla rimaneva sulla spiaggia. Egli parlò loro di molte cose in parabole. E disse: “Ecco, il seminatore uscì a seminare. E mentre seminava una parte del seme cadde sulla strada e vennero gli uccelli e la divorarono.
Un'altra parte cadde in luogo sassoso, dove non c'era molta terra; subito germogliò, perché il terreno non era profondo. Ma, spuntato il sole, restò bruciata e non avendo radici si seccò.
Un'altra parte cadde sulle spine e le spine crebbero e la soffocarono.
Un'altra parte cadde sulla terra buona e diede frutto, dove il cento, dove il sessanta, dove il trenta.
Chi ha orecchi intenda”.
Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: “Perché parli loro in parabole?”.
Egli rispose: “Perché a voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Così a chi ha sarà dato e sarà nell'abbondanza; e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. Per questo parlo loro in parabole: perché pur vedendo non vedono, e pur udendo non odono e non comprendono. E così si adempie per loro la profezia di Isaia che dice: Voi udrete, ma non comprenderete, guarderete, ma non vedrete. Perché il cuore di questo popolo si è indurito, son diventati duri di orecchi, e hanno chiuso gli occhi, per non vedere con gli occhi, non sentire con gli orecchi e non intendere con il cuore e convertirsi, e io li risani. Ma beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché sentono. In verità vi dico: molti profeti e giusti hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, e non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, e non l'udirono!
Voi dunque intendete la parabola del seminatore: tutte le volte che uno ascolta la parola del regno e non la comprende, viene il maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada.
Quello che è stato seminato nel terreno sassoso è l'uomo che ascolta la parola e subito l'accoglie con gioia, ma non ha radice in sé ed è incostante, sicché appena giunge una tribolazione o persecuzione a causa della parola, egli ne resta scandalizzato.
Quello seminato tra le spine è colui che ascolta la parola, ma la preoccupazione del mondo e l'inganno della ricchezza soffocano la parola ed essa non dáfrutto.
Quello seminato nella terra buona è colui che ascolta la parola e la comprende; questi dáfrutto e produce ora il cento, ora il sessanta, ora il trenta “.
Commento di P. Vittorino Vivacqua
La parola che Gesù rivolge ai suoi ascoltatori non è mai astrusa e fredda, ma semplice e di comprensione immediata. Un modo efficace per comunicare è l’ uso delle parabole. Gesù prende spunto dalla vita quotidiana, dagli eventi della natura, dalla vita dei campi per impartire attraverso questi similitudini il suo alto insegnamento.
Nel vangelo di Matteo di questa 15^ domenica, inizia il terzo grande discorso di Gesù: quello per parabole, che prosegue per tutto il capitolo 13°.
Come è consuetudine di Matteo che scrive per gli ebrei, egli prende spunto dal Vecchio Testamento per dimostrare la continuità ed il compimento in Gesù di ciò che era stato detto dai profeti dell’ Antico Testamento. Esempio di tale continuità è il testo riportato nella prima lettura del deutero Isaia sull’ efficacia della parola di Dio.
Il brano della prima lettura vuole avvalorare la promessa di liberazione che Dio ha fatto al suo popolo esiliato o sconfortato. Con linguaggio deciso il sacro autore afferma che Dio è fedele alla Parola da lui data e quindi realizzerà quanto ha promesso. L’ iniziativa di Dio certamente si realizzerà; la sua parola non tornerà a lui senza aver ottenuto l’ effetto prefissato dal Signore. “Così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l'ho mandata “. E tutto questo anche se purtroppo l’ uomo facendo cattivo uso della sua libertà può vanificare il progetto di salvezza e di misericordia e di pace che Dio ha progettato per le sue creature.
Esempio di questa continuità è oggi la prima di una serie di parabole riportate in un intero capitolo: quella del seminatore. Alla luce del Nuovo testamento anche la parola di Gesù avrà la stessa efficacia, nonostante l’ ostilità ed il rifiuto ricevuto. Gesù infatti sta sperimentando difficoltà ed ostacoli nell’ annuncio del Regno. Un Regno esigente che richiede la totale conversione. Di fronte a questo fallimento umano, anche i discepoli, dichiarati “piccoli”, cioè aperti ad accogliere la sua parola, potrebbero avere dubbi e tentennamenti. Ma Gesù vuole infondere fiducia a tutti coloro ai quali è stata rivelata l’ identità del Regno e, con questa parabola vuole dimostrare che nonostante tutto, il Regno si realizzerà nella sua persona.
La parabola viene pronunziata su di una barca, mentre gli ascoltatori stanno sulla riva. Forse l’ evangelista vuole sottolineare che il seme di cui parlerà nella parabola non proviene dalla terra, ma dall’ alto: infatti esso è parola di Dio.
Il riferimento ai vari tipi di terreno e l’ abbondanza della semina anche in luoghi scoscesi e pieni di erbacce, si spiega con la consuetudine degli agricoltori del tempo che seminavano prima dell’ aratura sui terreni poco fertili. Solo dopo l’ aratro sistemava il terreno sotterrando quei semi che erano caduti negli interstizi sassosi o pieni di spine. Molta della semente veniva dispersa o preda degli uccelli. Ma dopo parecchi mesi dalla semina, il terreno buono fruttifica abbondantemente smentendo il pessimismo iniziale. Così avviene per Gesù: nonostante gli inizi difficili e di apparente fallimento, la sua parola fruttificherà abbondantemente.
Gli esegeti concordano nell’ attribuire la prima parte a Gesù, mentre l’ applicazione pratica della seconda parte è un’ aggiunta catechetica adattata alla comunità che ne è destinataria.
Nel testo di Matteo significativa è la lunga citazione di Isaia nella quale viene espresso “l’ indurimento del cuore” che prefigura l’ atteggiamento di chiusura degli ascoltatori di Gesù. Ma questo tuttavia non riuscirà a compromettere l’ efficacia della predicazione di Gesù.
La seconda parte della parabola che era un’omelia adattata agli ascoltatori, si sposta da Dio all’uomo. Il Seminatore, che è Cristo, getta con dovizia il seme fino sprecarlo tra gli anfratti pietrosi, sulla strada e tra le spine. Vuole dire che questa parola di vita viene indirizzata indistintamente a tutti, anche a quelli che hanno il cuore indurito. Il terreno è d’ importanza fondamentale. Può essere un terreno coperto da spine, o disseminato di macigni o di sterpaglie selvatiche, arido e sassoso. Per il seminatore nessuna parte è trascurata. perchè anche negli anfratti segreti del cuore può germogliare un seme di vita, prima che venga il maligno a rubarlo. E’ in gioco la fede e l’ impegno morale di ciascuno. Gli uccelli che divorano il seme sono la figura del maligno che strappa dal cuore il bene; il terreno pietroso che lascia spuntare solo qualche germoglio senza linfa, prefigura l’ incostante, colui che si entusiasma facilmente, ma altrettanto facilmente si tira indietro. Le spine poi rappresentano i superficiali, coloro che sono invischiati nei legacci torbidi della vita e soffocano ogni spiraglio di bene.
Alla luce della seconda parte della parabola, anche noi siamo impegnati a divenire terreno fertile della parola che ogni domenica ci viene annunziata. Dobbiamo accogliere e far fruttificare nel nostro cuore questo piccolo seme, che diventerà pianta rigogliosa. Anche a noi il Signore dice: “beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché sentono”.
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